Allerta clima: rischio estinzione ghiacciai alpini

Oggi, in occasione della Giornata mondiale della montagna sostenuta da Onu e Fao, all’Università statale di Milano, i ricercatori lanciano l’ennesimo allarme: “Si sta sciogliendo il permafrost, che è il collante delle montagne”. Questo vuol dire che entro 80 anni potrebbero sparire dall’arco alpino tutti i ghiacciai presenti

Dal 1954 al 2007,  l’area complessiva delle nevi perenni italiane, ( ghiacciai del Parco Nazionale dello Stelvio)  si è ridotta del 40%, e il processo non tende a diminuire, con ipotesi drastiche anche per gli anni a venire: entro il 2100, del più grande ghiacciaio vallivo delle Alpi, il ghiacciaio dei Forni, potrebbe rimanere appena il 5% dell’attuale volume. A causa del progressivo ritiro dei ghiacciai a quote sempre maggiori, anche il numero dei laghi montani alimentati dai disgeli estivi si è drasticamente ridotto: gli esperti fanno sapere che circa 36 laghi, sotto i 2500 metri, sono scomparsi, mentre invece sopra i 2900 metri di altitudine ne sono apparsi circa 22.

La preoccupante fotografia di questo severo cambiamento è stata scattata dal team Cnr italiano. L’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Isac), Istituto per lo studio degli ecosistemi (Ise), Istituto di ricerca sulle acque (Irsa), Università di Milano, Politecnico di Milano, Università dell’Insubria e Università Cattolica (sede di Brescia) hanno redatto insieme il «referto» che sarà discusso oggi in occasione della giornata mondiale della montagna, e che qui sotto, in breve,  anticipiamo. Lo studio nasce come emanazione del progetto “Share”, gestito dal Comitato EvK2-Cnr di Bergamo, che si avvale di strumentazioni installate sui ghiacciai di tutto il mondo.

 

Allerta clima: rischio estinzione ghiacciai alpiniAllerta clima: rischio estinzione ghiacciai alpini

Allerta clima: rischio estinzione ghiacciai alpini

Dagli studi effettuati  sul permafrost, l’area ad alta quota del sottosuolo in cui la temperatura rimane sempre sotto lo zero, è emerso che: “Il permafrost – spiega Mauro Guglielmin, professore di geografia fisica e geomorfologia all’Università dell’Insubria – agisce come collante delle montagne, assicurando la stabilità dei versanti: quando è solido siamo al sicuro da frane e alluvioni. Proprio lo scioglimento del permafrost, infatti, è stato causa della mobilitazione di milioni di metri cubi di terra e fango nelle frane che sconvolsero la Valtellina nel luglio del 1987 e, nello stesso mese, anche la Val Pola, in provincia di Sondrio”.

I dati esposti da Guglielmin sono scaturiti dopo che il team di ricercatori da lui stesso guidati, ha eseguito alcune perforazioni sui ghiacciai: queste  hanno permesso di collocare in profondità, a vari livelli, termometri per monitorare nel tempo come cambia lo spessore del permafrost. Secondo le misure effettuate, alcune zone alpine risultano a sofferenza maggiore, come ad esempio le Alpi orientali e occidentali, tra Valle d’Aosta e Piemonte, a livello del Rocciamelone, nelle Alpi Graie, e poco più in là, le alture attorno alla Valsusa.

Da cosa dipenda la compattezza del permafrost, prova a spiegarcelo sempre lo stesso Guglielmin, che sottolinea anche come in Italia studi specifici vengono condotti solo da circa vent’anni: “Il permafrost è generalmente più protetto nelle zone molto ventose. Diversamente, dove c’è meno vento la neve riesce a depositarsi più facilmente creando una «coperta» che lascia innalzare la temperatura all’interno della montagna, mettendo così a rischio lo strato di permafrost.”

Le zone delle Alpi centrali sembrerebbero quelle che, attualmente, corrano meno rischi, anche se, spiega il ricercatore,  il monitoraggio costante risulta essere sempre più necessario: “Se la porzione superficiale del permafrost, soggetta a normale e parziale scioglimento in estate, alla fine degli anni Novanta era mediamente di circa due metri, ora è di circa tre: un avvertimento alle amministrazioni locali a consultare periodicamente i dati ogniqualvolta vi sia l’intenzione di costruire, per esempio, una nuova stazione sciistica oppure una diga”.  

Gugliemina Diolaiuti, ricercatrice all’Università di Milano e coordinatore scientifico di Share-Stelvio che diagnostica la salute delle Alpi, a sua volta facente parte dell’ampio progetto denominato “Share”, spiega che: “La nostra missione è quella di condividere i nostri dati con i laboratori di tutti i continenti: gli studiosi accreditati ad accedervi possono farlo grazie all’esistenza di un grande database che raccoglie le nostre informazioni via satellite”.

Un progetto che si è rivelato davvero imponente:  in Italia sono impiantate stazioni alpine e appenniniche, dal ghiacciaio del Gigante sul complesso del Monte Bianco, allo Stelvio fino al Monte Cimone. Ma questa “rete” prosegue sino a comprendere osservatori situati in Africa, nel parco Queen Elizabeth, vicino al ghiacciaio del Rwenzori, tra Congo e Uganda, oltre alla stazione Piramide, a 5050 metri sul versante nepalese del monte Everest. Un enorme  laboratorio globale , vanto della ricerca scientifica made in Italy, colonna portante della ricerca sui cambiamenti climatici sia a livello locale che mondiale.

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