News Expoparlando Politica — 21 Novembre 2012
Governo e parti sociali hanno raggiunto l’intesa sulla produttività. L’Italia in stallo da 20anni

Governo e parti sociali hanno raggiunto l’intesa sulla produttività. ABI, ANIA, Confindustria, Lega Cooperative, Rete imprese Italia, CISL, UIL, UGL hanno firmato l’accordo che fissa le linee programmatiche per la crescita della produttività e della competitività in Italia.

Una sfida cruciale per l’Italia: ovvero rilanciare la produttività e la competitività per le imprese e per tutto il sistema Paese. Presenti a Palazzo Chigi il presidente del Consiglio, Mario Monti, le parti sociali, con i quattro leader di Cisl, Cgil,bUil e Ugl e i capi di Abi, Ania, Confindustria, Coop e Rete imprese, oltre ai ministri del Welfare Elsa Fornero, dello Sviluppo economico Corrado Passera e il sottosegretario alla presidenza Antonio Catricalà.

Mario Monti nel suo discorso di apertura aveva affermato: “Siamo all’incontro conclusivo su un tema cruciale che è quello di rilanciare la produttività e competitività. La nostra speranza è che tutte le parti aderiscano a quanto avete elaborato e condiviso“.

E proprio nel giorno in cui si chiudono le discussioni tra Governo e parti sociali su incentivi fiscali in cambio di un incremento della produttività, arrivano i dati allarmanti dell’Istat: l’Italia è ferma da almeno 20anni nell’ambito della produttività, ovvero in completo stallo dal 1992.

L’Istat spiega che, nel 2011, la crescita è stata dello 0,4%, ma solo grazie alla crescita del settore agricolo (+2%) e del settore delle attività ricreative-culturali (+5,1%). Il settore informativo e della comunicazione, invece, ha registrato un calo del 2,4%. L’Istat afferma che, dal 1992, la crescita ha coinvolto il comparto agricolo (+2,9%), quello di finanza e assicurazioni (+2,6%), e quello dell’informazione e comunicazione (+2,4%). Per quanto riguarda i cali, questi hanno riguardato: attività professionali (-1,6%), costruzioni (-1,2%), la sanità, l’istruzione e i servizi sociali (-1%).

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Antonio Catricalà ha invece affermato che ci “deve essere un accordo per la produttività, cioè dobbiamo vedere che quei soldi, che sono soldi degli italiani, vengano utilizzati al fine di colmare quel gap che ci separa dai nostri concorrenti”.

Il tema della produttività risulta dunque cruciale per rilanciare la crescita in Italia. Infatti l’Istat ha dimostrato che, negli ultimi 10 anni, l’Italia ha avuto un differenziale di crescita reale annuo della produttività pari a -1,2% rispetto alla media europea, a 27 Paesi.

L’Italia ora, per migliorare competitività e produttività dovrà sicuramente riformare il settore infrastrutture e quello relativo alla burocrazia. Un potenziamento e un adeguamento degli investimenti infrastrutturali ai livelli europei potrebbe generare un incremento del Pil italiano quasi del 12% in un decennio. Anche l’efficienza del settore burocratico andrebbe migliorata, apportando semplificazioni e una drastica accelerazione nei tempi di risposta. Una burocrazia inefficiente, ricordiamolo, costa enormemente sia alle imprese, sia alle famiglie. Viceversa, una efficienza burocratica porterebbe maggiori risparmi che, in maniera virtuosa, potrebbero essere successivamente investiti in infrastrutture.

Ma sulla competitività e produttività incidono anche fattori quali la formazione, l’istruzione, la ricerca scientifica e tecnologica, le tecnologie dell’informazione e comunicazione. L’Italia, purtroppo, non ha mai investito molto sul capitale immateriale basato sulla conoscenza, che di conseguenza avrebbe anch’esso aumentato la produttività totale di tutti i suddetti fattori. Investire in conoscenza comporterebbe un aumento della qualità delle risorse umane e della ricerca che porterebbe indubbiamente ad effetti positivi e competitivi quali civismo e innovazione.

In Italia la forza lavoro ha un’ istruzione formale minore rispetto ad altri Paesi Ue, con specializzazioni poco vicine alla domanda del sistema produttivo: ci sono pochi tecnici per le industrie e pochissime strade esperienziali da scuola a lavoro. Secondo alcuni calcoli, due anni in più di istruzione, consentirebbero al nostro Paese, una volta coperta tutta la fascia di popolazione in età lavorativa, un aumento del Pil del 20% in circa 50 anni, una media di quasi mezzo punto all’anno.

Anche il settore ricerca e sviluppo italiano è molto indietro rispetto alla media Ue: “Europa 2020” infatti prevede un 3% di spesa in R&S sul Pil previsto, ma l’Italia non lo raggiungerà certamente con l’attuale 1,26% di investimenti. La Francia investe il 2,25%, la Germania il 2,84%, mentrea Ue e Uem il 2%. L’Italia però, con scarsi investimenti, riesce comunque a mantenere livelli internazionali in nicchie universitarie nella ricerca pura e applicata.

Piccole e medie imprese invece, malgrado la scarsa brevettazione (73 domande di brevetti per milione di abitanti in Italia contro le 265 in Germania, 135 nella Uem e le 108 francesi) realizzano con l’innovazione informale i successi del “made in Italy”. Tuttavia, senza investimenti e potenziamento nella ricerca e nelle imprese, a lungo termine non riusciremo più a reggere la competizione internazionale.

Nella nota di Palazzo Chigi si legge: “Il Governo è convinto che l’intesa rappresenti un passo importante per il rilancio dell’economia, la tutela dei diritti dei lavoratori e il benessere sociale. Il Governo auspica vivamente che l’intesa, a cui hanno aderito ABI, ANIA, Confindustria, Lega Cooperative, Rete imprese Italia, CISL, UIL, UGL, sia sottoscritta anche dalla CGIL”.

E proprio a Susanna Camusso si era rivolto poco prima Monti, affermando: “Nella stagione degli anni Novanta l’obiettivo era quello di ridurre l’inflazione, ora il problema è far crescere l’economia attraverso la produttività e con il contributo diretto e decentrato delle parti sociali”.

Secondo la Camusso: “E’ stata scelta una strada sbagliata per cui il contratto nazionale non tutelerà più il potere d’acquisto dei lavoratori”, avrebbe affermato, chiedendo come verrà finanziato il II livello per 16 milioni di lavoratori del settore privato.

Il testo dell’accordo per la crescita e il rilancio dell’economia, prevede lo stanziamento di 2,1 miliardi di euro.

 

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