Lifestyle — 26 luglio 2011
L’irrompere dell’Eroe in mezzo alle tenebre

Questa settimana voglio parlarvi di un fatto di cronaca, ovvero la strage di Utoya in Norvegia, che tanto ha commosso e sconvolto l’opinione pubblica e ciascuno di noi. Un fatto gigantesco, assurdo, immane. Sappiamo ormai tutti come è andata: un giovane fanatico di destra, Anders Behring Breivik, 32 anni, un pò cristiano un pò massone un pò ariano ma sicuramente molto disturbato e infatuato di ideologia anti-libertaria e anti-pluralista, ha dapprima fatto esplodere una bomba nel centro di Oslo, per poi muovere alla volta dell’isoletta di Utoya e sterminare, uno alla volta con una calma glaciale, 87 giovani laburisti raccoltisi in un meeting stagionale. Li ha braccati travestito da poliziotto, finendoli con un’arma automatica, sparando persino a quelli che fingevano di essere morti per salvarsi dalla mattanza. Un evento che ovviamente ha sconvolto la Norvegia, e noi tutti, come si diceva prima. Bene. Dentro a queste tenebre, non sono mancati gli spiragli di luce, di quell’umanità autentica che credo faccia grande questo nostro mondo. Voglio dunque parlarvi di Marcel Gleffe (notate questa cosa: anche lui 32enne), un ex soldato di origini tedesche in vacanza con amici proprio di fronte all’isola di Utoya. Marcel sta conversando con i suoi compagni di viaggio commentando l’attentato di Oslo. Quando cominciano gli spari, che lui immediatamente riconosce provenire da un’arma, e non essere semplici fuochi d’artificio come suppone un’amica. Prende dunque un binocolo, si sposta sul punto più alto nelle vicinanze e getta lo sguardo sull’isola,  dove scorge l’impensabile: giovani che si gettano in acqua terrorizzati, per scampare alla follia assassina di un qualche killer. Immediatamente reagisce, si muove “d’istinto”, come spiegherà ai cronisti: prende la sua barca, un Pioneer 15, e punta dritto verso l’isola. Farà quattro o cinque viaggi di andata e ritorno, e salverà almeno 30 ragazzi. Fino a che la polizia, arrivata sull’isola con un ritardo probabilmente imperdonabile, non gli chiederà di fermarsi. Ora, Marcel Gleffe è senza dubbio un eroe. Né più né meno. Grazie a lui più di 30 persone hanno avuto salva la vita. Poteva rimanere dov’era, terrorizzato, e invece ha messo a rischio la propria vita per salvarne altre: “Ho capito che si stava consumando un massacro, come avrei potuto restare con le mani in mano? In situazioni del genere non si può aver paura.” Così parla qualcuno di speciale. Ma chi è, davvero, l’eroe? Robert Dilts, grande pensatore e studioso di questa figura, spiega come questi sia un uomo del tutto normale, ma che accetta la chiamata che gli arriva dalla realtà. Nella sua tranquilla esistenza, nella sua cosiddetta “zona di comfort” (il campeggio, la chiacchierata, la vacanza di Marcel Gleffe), irrompe il caos, il cambiamento che rovescia tutte le carte in tavola. L’uomo qualunque ne viene ovviamente scosso, ma se accetterà di entrare in gioco e rispondere a quel che accade abbandonando la propria zona di sicurezza (la terraferma di Marcel), diventerà un eroe. Quando ciascuno di noi si espone alla chiamata, mettendosi davvero in gioco, ridefinendosi e accettando una nuova destinazione, ecco che diventa finalmente se stesso. Perché l’eroe, e qui sta il punto di tutto ciò che voglio dirvi oggi, siamo noi quando accettiamo la sfida, diventando finalmente ciò che siamo nati per essere: unici.

A cura di Filippo Mantero

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